Col sole in fronte

Mi avete stritolato i cabbasisi sulle mie pessime foto

che poi non è vero che non le so fare

vedete questa per esempio: la macchinetta scatta da sola

insomma ci sono dei posti dove la macchina scatta a mia insaputa, mentre io mi godo l’attimo

(…da qualche parte nel deserto de Atacama)

 

ps: Domani c’è la prova preselettiva del concorso DS. Solo chi ha sostenuto l’omologo concorso lombardo del 2011 può capire cosa significhi, non solo per me.
Io non parteciperò, andrò a Bologna per la laurea di Carlottina , ma non è una rinuncia per amor materno, di quelle di cui tutte le madri sono capaci per tenere legati i figli a sé per sempre, con amorevoli rinfacciamenti.
E’ una rinuncia ponderata per la mia felicità e per la mia libertà.
Scendo da un treno che, per ora, non è mio e che forse non lo è mai stato.
In bocca al lupo ai miei amici e colleghi.
Possano vincere persone capaci, preparate, lungimiranti e visionarie. La scuola italiana necessita di ripartire davvero!

Quanto a me continuerò a mettere in atto il mio piano B

B come Bora Bora

 

E’ arrivato l’ambasciatore

Ho visto Carmelo Barbarello solo un giorno nella mia vita, una giornata estiva di quasi 40 anni fa. Di lui non ricordo nulla, della giornata tutto. Amavo il mare e a Scalea, allora, era meraviglioso, limpido e fresco, e potevi nuotare perché non era come quello di Metaponto dove ci portavano i miei che potevi camminare per un chilometro toccando sempre. A Scalea o sapevi nuotare o affogavi!

Ricordo tutto perché, nuotata a parte, fu una pessima giornata. Provate voi ad andare al mare ad agosto con una madre convinta che il sole faccia bene e che quindi non si usano creme solari: l’eritema è assicurato! Se poi aggiungete la curiosità di una stupida ragazzina che raccoglie la foglia di fico d’India (chi poteva immaginare che una sola foglia potesse contenere milioni di minuscole e invisibili spine!), il quadro di una giornata da dimenticare, consegnata alla imperitura memoria è assicurato.

Con Carmelo ho un cugino in comune, direi forse un fratello, ma questa è un’altra storia, e così dopo 40 anni il  mio cugino – fratello, che conosce bene la mia voglia di partire, mi racconta che quel bambino incontrato 40 anni fa oggi è ambasciatore in Nuova Zelanda. Lo contatto immediatamente, sperando che si ricordi di me e sperando che ci sia qualcosa da fare per me in Nuova Zelanda, ovviamente 1 non si ricorda 2 non c’è niente.

Ma ricevo la risposta più bella: “complimenti per la scelta di voler ricominciare dal posto più lontano da casa”.

Speranza

Sapere che un alto funzionario dello Stato, un alto rappresentante all’estero di quell’Italia che vive di pane e burocrazia, e da cui volevo scappare, non abbia come prima risposta :”ma che dici? ma dove vuoi andare a 47 anni suonati?”, mi fa ben sperare per il futuro della nostra amata patria, mi fa immaginare che accanto ad ottusi scribacchini con ruoli più o meno dirigenziali, esistano anche funzionari con la mente aperta che sanno guardare oltre i codicilli di cui affannosamente cercano di comprendere i significati reconditi da mettere in atto.

Ma Carmelo Barbarello è andato oltre.

E’ diventato ambasciatore senza per questo rinunciare alla sua identità. Perché non è vero che non conta quello che siamo, perché essere italiani piuttosto che russi, cacciatori piuttosto che vegani, hindi piuttosto che cattolici, omosessuali piuttosto che etero ci caratterizza eccome! E la vera uguaglianza dei diritti l’avremo raggiunta solo quando tutte le nostre diversità saranno accettate, socialmente e legalmente. Insomma Carmelo è omosessuale, e questo me lo fa amare da subito, ma a parte il mio essere frociara, come si fa a non amare un uomo che non solo non nasconde la propria identità sessuale, ma che porta avanti e vince una battaglia perché suo marito, sposato all’estero, ottenga il passaporto diplomatico, così come accade per qualunque famiglia “normale” di diplomatici italiani?

Da quel primo contatto sono passati due anni di scambi epistolari senza esserci mai visti.

Voglio ringraziare Carmelo prima che il mio viaggio finisca perché è stata la persona che mi ha appoggiata da subito e mi ha aiutata  in fase organizzativa e nei momenti difficili del viaggio. Mi ha suggerito quali Paesi evitare, mi ha cercato contatti nelle ambasciate dove ha lavorato (chi legge il blog si ricorderà, per esempio di Alicia a Buenos Aires!), mi ha dato consigli strada facendo su come comportarmi, mi ha sopportato i giorni dell’attentato a Teheran e mi ha suggerito cosa fare durante la mia malattia.

Carmelo non usa i social ma ci sentiamo su whatsap fino all’ultimo graditissimo messaggio :”ho visto i tuoi zii, li ho rassicurati e gli ho detto che sei assolutamente in grado di sapere se e quando è il caso di rientrare”

Grazie!

#IDAVIAGGIADASOLA: Un giro del mondo in solitaria a 50 anni.

Può una donna fare il giro del mondo da sola, a 50 anni?

Io ci proverò. Parto a marzo da Vienna per un viaggio che mi porterà a girare letteralmente il globo, sempre verso ovest. Rientrerò a casa entro agosto da Corfù.

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A Vienna sulle tracce di Ida Pfeiffer

Anche il viaggio per Vienna è rocambolesco, inizio a chiedermi se quest’avventura non sia iniziata sotto una cattiva stella.

Un treno notturno che parte con due ore e mezza di ritardo e con la tua carrozza mancante non lascia presagire nulla di buono. Read more “A Vienna sulle tracce di Ida Pfeiffer”

L’IMPREVISTO

Da quando ho letto che il posto più sicuro in aereo è il corridoio, rinuncio alla vista dall’oblò. In questo viaggio, però non mi è possibile fare il check-in online perché il sistema mi dice che ho troppi voli e devo andare ogni volta al banco per registrarmi.
Sono sull’aereo che mi porta da Santiago del Cile all’isola di Pasqua, e questa volta ero riuscita ad avere un posto corridoio, ma per accontentare una coppia di anziani giapponesi che volevano stare vicini, ho ceduto al marito il mio posto, ah l’amour!
L’aereo è davvero confortevole e la vista abbastanza poetica anche se monotona, tutto sommato 5 ore sul Pacifico sono decisamente troppe; aggiungendo un bambino di 10 mesi che non ha mai smesso di piangere, e un vicino che non ha mai smesso di dormire impedendomi di andare al bagno, qualsivoglia rigurgito di romanticismo viene smorzato sul nascere.
La vista dell’oceano, però, con le nuvole che vi si specchiano induce alla riflessione.
È passato un mese dall’inizio del mio viaggio, è tempo di bilanci.
30 giorni possono essere un secolo ma anche un attimo.
Ho rivisto le interviste prima della partenza, ricordo il mio stato d’animo di allora, la paura del salto nel vuoto, la gioia per un sogno che si concretizza, l’euforia.
Quelle immagini sono lontane anni luce.
In un mese ho affrontato difficoltà pratiche, ho vissuto grandi emozioni, ho conosciuto molta gente, ho combattuto con me stessa.
Non mi manca niente dell’Italia. E mi manca tutto.
Santo cielo, un mese è volato, non voglio tornare così presto!
Ancora 4 mesi? No, non ce la posso fare!
La mia paura più grande era l’imprevisto, ed in un mese ho imparato a gestirlo, alla grande direi.
Perché quando parlavo di imprevisto immaginavo qualcuno che mi derubasse, o che la compagnia aerea mi perdesse il bagaglio, mai avrei ipotizzato l’eventualità di una comunicazione dall’altro capo del mondo in cui ti dicono che i tuoi esami non sono chiari, che non sanno se c’è qualcosa che non va, che potresti avere un cancro. O forse no.
Questo imprevisto non lo avevo considerato. Piuttosto la malaria o la dengue, o una malattia intestinale.
In un momento sento i neuroni che moltiplicano le loro connessioni, ma come cavie da laboratorio corrono sbattendo nella calotta cranica senza via di scampo alcuna.
Torno? Sì torno. E se non è niente? Perdo tutto.
Resto? Sì, continuo il viaggio. E se ho un cancro? Perdo tutto.
Ogni mattina nella mia regione incontaminata e avvelenata deliberatamente mi sveglio pensando a chi toccherà oggi. Troppa gente ho visto ammalarsi, e troppe persone morire. Perché non io, che qui ci vivo da 50 anni?
I pensieri sono milioni, e soltanto l’idea di dover affrontare un calvario già visto, facendolo sperimentare ai miei cari è impossibile da sostenere.

La sensazione di dovermi conquistare tutto con le unghie e con i denti diventa insopportabile.

Ma tant’è.
Era una sfida con me stessa e le sfide si vincono o si perdono.
Posso provare a superarla, come tutto il resto.
Il primo desiderio è chiamare in Italia per parlare in italiano con qualcuno a cui spiegare le mie emozioni: non sono sola!
Mi rialzo e cerco una buona clinica, con un buon medico per fare i miei controlli, e resto in contatto con i medici in Italia.
YOU DON’T HAVE CANCER
Il dottore è un bell’uomo e quelle parole suonano come la migliore dichiarazione d’amore di sempre.
Si riparte.
Ricomincio da qui.

Andrea

Andrea è di Firenze ma ama il Sud e ci viene tutte le volte che può.

L’ho conosciuto una sera d’estate a Matera, raccontava dei viaggi del Che in una terrazza nei Sassi.

Andrea è un poeta che scrive in prosa e ti incanta quando parla.

Quella serata a casa di amici era per me, come tutto in quel momento, un pretesto per mettere ordine nella mia vita, andavo cercando qualcosa che non trovavo, che non sapevo.

Che Guevara.

Niente più distante da me. Che pure mi commuovo quando ascolto e canto a memoria Hasta Siempre.

Il racconto di Andrea, che ha ripercorso i viaggi di Ernesto Guevara, sono troppo interessanti, a prescindere dall’appartenenza politica, così lo invito a ripetere l’esperienza a Tricarico. Con pochi amici riusciamo velocemente ad organizzare una serata magica nel bosco con racconti, falò, musica, ballo e cena.

 

Tricarico.

Andrea ne aveva sentito l’eco a Firenze dalla voce di Antonio Infantino e dei Tarantolati. E nel suo girovagare per la Basilicata aveva accuratamente evitato di visitarlo: nessuno cercherebbe nella realtà l’isola che non c’è, i luoghi delle leggende non si visitano, esistono solo nella mente di chi li vuole vedere.

Ma gli incontri che facciamo sono solo coincidenze che aspettano di essere sistemate. E oggi fb mi ricorda che è il compleanno di Antonio Infantino.

Tutti mi chiedono come abbia fatto a trovare questa Ida Pfeiffer.

Ecco, chiedete ad Andrea Semplici, è lui l’ispiratore inconsapevole della mia avventura.

Lui ha scovato un libro di Ida in una vecchia libreria e ne ha parlato nel suo blog.

Io sapevo solo che volevo, che dovevo partire.

Andrea, non volendo, mi ha suggerito il come.

Il resto lo sapete.

Saluti da Piedras Rojas

A San Pedro de Atacama ogni casa è diventata un hotel o un ostello, chiunque si improvvisa operatore turistico senza avere le minime competenze per farlo. Read more “Saluti da Piedras Rojas”

Deserto de Atacama, foto.

30 marzo – 4 aprile 2017

Il deserto di Atacama è una deviazione dal viaggio di Ida, che in Cile si ferma a Valparaiso per poi proseguire in Polinesia. Read more “Deserto de Atacama, foto.”