Zanzibar, ovvero anche i turisti sono viaggiatori

Sono abbastanza stufa di questa  moda radical chic di guardare dall’alto in basso i turisti che si concedono una vacanza di una settimana dopo un anno di lavoro e magari vanno in un villaggio all inclusive unendo la voglia di riposo a quella di vedere posti nuovi. La parola turista è diventata un’offesa. E poi scopri che questi nuovi Cristoforo Colombo si fanno viaggetti di 10 giorni in posti lontani, in albergo e con tutte le comodità, ma si dichiarano esploratori, viaggiatori, mai turisti.

Ecco, io vorrei dire a questi novelli Magellano, che ho fatto il giro del mondo, non ho mangiato, non ho visto un albergo, ho frequentato la gente del posto, credo di avere fatto un viaggio, ma  non mi sognerei mai di denigrare chi si fa una vacanza viaggiando e che il viaggio è dentro di noi sempre, lo spirito del viaggiatore è quello della scoperta che si fa anche sotto casa, forse anche dentro casa.

Riscopro oggi quello che ho scritto dopo una vacanza con amici a Zanzibar nel 2013, è stata una vacanza e un viaggio, era una vacanza dal lavoro e dai milioni di problemi che mi attanagliavano, è stato un viaggio, non foss’altro perché ho preso l’aereo!

I miei amici preferivano riposarsi al sole mentre io giravo per l’isola bussando alle case delle persone per parlare, ma non per questo mi sentivo superiore a loro.

Questo è quello che scrissi al ritorno.

Una vacanza? Un viaggio? Un’esperienza di vita? Uno scambio di emozioni?
Tutto questo e molto altro.
Incontrarsi per condividere questo pezzetto di strada è pura casualità, ma il caso forse non arriva mai “per caso”: 15 perfetti sconosciuti che in poche ore si scoprono amici da sempre e che il fato ha riunito in quel luogo e in quel momento.
La partenza da Roma e l’arrivo a Zanzibar con la curiosità di conoscere questi 3 milanesi che mancavano all’appello (di sicuro polentoni con la puzza sotto il naso!)
E poi subito la magia della scoperta di conoscersi da mai ed essere amici da sempre.
Trovarsi tutte le sere per raccontarsi i particolari più intimi e sacri, simulacri intangibili della propria identità, pensieri chiusi a doppia mandata nello scrigno della propria anima, che solo l’estranea intimità costruita con perfetti sconosciuti riesce a disvelare.
E poi le gare di ballo e di canto, la partecipazione ai giochi sempre tutti in gruppo, IL GRUPPO invidiato da tutti.
Mara che si sforza di spiegare con i gesti e con tutte le parole più serie del caso la sua esperienza col Buddha, ma per noi, e temo per sempre, il “coso di Buddha” resterà l’emblema ambivalente di questa vacanza.
Così, in una settimana, viviamo solo pensando all’attimo. Non c’è lavoro, non ci sono debiti, la borsa può crollare e la crisi avanzare. Non importa. Si vive in una bolla insieme a 15 meravigliosi compagni che vogliono solo condividere questo paradiso.
15 amici un po’ matti che potrebbero essere usciti da una casa di cura e si sono avvantaggiati perché si portano la psichiatra da casa!
E si ritrovano a festeggiare compleanni come vecchi compagni delle elementari che non hanno mai smesso di frequentarsi.
Con Emma che organizza tutte le giornate con gioia e professionalità.

 

E poi c’è LEI
L’AFRICA


Con il suo mare, i suoi tramonti, le sue albe.
La Madre.
L’incontro con la gente. La bellezza. La gentilezza. L’invadenza. La fame.
Guardi i bambini e gli adulti che inspiegabilmente interrompono ogni attività per osservare ammirati questi bianchi opulenti e mollicci che si divertono a passarsi un uovo, come se fosse il gioco più divertente del mondo.
E loro ridono, e pensano, e sognano.
Negli occhi la gioia della scoperta di questo pezzetto di mondo lontano e felice che viene periodicamente a fargli visita, che gli regala una caramella o un quaderno e una penna e poi va via, torna nel paese delle meraviglie da cui è venuto e dove passerà di certo la sua esistenza a passarsi uova per divertimento, a mangiare caldi panini bianchi, a volare in aereo e a farsi docce ogni giorno con meravigliosa acqua limpida e potabile e profumatissimi saponi sintetici.
Loro restano nelle proprie case di fango aspettando i prossimi bianchi che gli rinnoveranno antiche promesse di felicità infinita.
Eppure, io guardo i loro occhi, sereni anche con lo stomaco che reclama, gli stessi occhi che diventano compassionevoli a comando quando devono chiedere pane o caramelle, quelli che un momento prima sprizzavano gioia facendo un castello di sabbia o giocando a pallone.
Non servono psichiatri, non esiste depressione.
Vivono in paradiso e non lo sanno.
E non lo sanno per colpa nostra.
E questa colpa che dura da secoli io la sento tutta sulle spalle.
Una colpa atavica e radicata e incancellabile.
Non basterebbero tutti i biscotti o i vestiti regalati per eliminarla.
Cancellarla è un’illusione effimera che ci regala la nostra carità pelosa svuota-coscienze.
30 anni mi separano dal mio unico viaggio in Africa.
Troppi, ma non abbastanza per non ricordare e rivivere dolorosamente intatto il mal d’Africa.
Il contatto con il luogo incantato che è l’origine di tutto, l’amicizia con gente che i nostri occhi bendati ci fanno vedere attraverso la lente distorta del benessere conquistato a tutti i costi.
Bambini poco e male scolarizzati che parlano italiano quasi coniugando i congiuntivi, si rivolgono a gente che con aria di sufficienza è già tanto se in swahili ha imparato hakuna matata (grazie Disney!)
Ma io ci torno.
Nonstante tutto.
L’ho promesso a Simba.

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