Dottò, ma l’ ov so’ apl?

 

A Tricarico tutti hanno una campagna dove coltivare ortaggi e frutta, come passatempo,  e per contribuire alla spesa quotidiana della famiglia.

Mio padre andava in campagna tutti i giorni dopo il lavoro, ma tutte le volte che portava a casa qualcosa inorgoglito, doveva sorbirsi il sarcasmo di mia madre sulle dimensioni dei prodotti;  e come darle torto: non ho mai visto nella mia vita ortaggi più piccoli di quelli che mio padre riusciva a raccogliere. E  pagava molto di più della spesa dal fruttivendolo se si considera la benzina per arrivare in campagna, il tempo impiegato a coltivare, l’acqua per innaffiare, e il costo dell’operaio. Sì, perché per produrre di queste eccellenze mio padre pagava anche un operaio (che chiameremo Peppino)!

Bisognerebbe aver conosciuto mio padre, zio Nicola per tutto il paese, un uomo che nella sua vita ha sempre pensato alla sostanza più che alla forma,  che prima di uscire di casa si fermava sull’uscio con una spillatrice per accorciare l’orlo del loden, che sul comodino aveva Virgilio, Manzoni e Dante, ma  sapeva parlare in dialetto con tutti e con chiunque. Mio padre era un burbero amabilissimo, che mandava tranquillamente a fanculo chi lo disturbasse con la stessa frequenza con cui gli offriva il caffè al bar. Solo lui avrebbe potuto sopportare la vicinanza continua di Peppino, perché semplicemente non lo ascoltava e quando  partiva con le sue elucubrazioni filosofiche, lo mandava a quel paese senza reticenza. Perché Peppino era un cultore di filosofia, di storia, di scienza e di medicina. Era un no/free /quant’altro vax ante litteram, era un tuttologo, una persona informata (da sé), molto prima dell’avvento di facebook, Wikipedia, piattaforma Rousseau, direi prima di internet, e prima del personal computer. Era una persona semplice ed ignorante ma che desiderava imparare, non avendone avuto la possibilità. Un giorno Peppino scopre che esiste un luogo che si chiama biblioteca dove ci sono migliaia di libri da cui si può imparare: c’è il mondo oltre la zappa, perché così quando Scaià gli avrebbe di nuovo citato Cicerone, Orazio o Socrate, avrebbe saputo di cosa stesse parlando.

Ma c’è un ma.

E il ma è quello che mi fece notare proprio mio padre quando io un giorno, esasperata dalle lezioni di tuttologia di Peppino gli chiesi come facesse ancora a sopportarlo. Lui mi spiegò che la colpa non era solo del contadino volenteroso, perché quando uno che ha frequentato solo la scuola elementare vuole iniziare a leggere, dovrebbe avere una guida che prima gli dia Pinocchio e poi gradualmente lo segua; invece Peppino, non comprendendo Collodi, iniziò il suo cammino verso la conoscenza leggendo Platone. Senza fermarsi mai. Passando con disinvoltura dall’opera omnia dei filosofi, a quella scientifica, ai libri di medicina. Creandosi nella mente, ormai informatissima, un minestrone, un tale ingarbugliamento di idee ed ipotesi personali di ogni tipo senza nessuna base scientifica, filologica, filosofica o banalmente grammaticale che i moderni terrapiattisti gli avrebbero fatto un baffo.

Pur dissertando tranquillamente di Socrate, non avendone gli strumenti non ha mai compreso senso della docta ignorantia, e quindi man mano che aumentavano i libri che leggeva, aumentava la sua boria e l’idea che la sua cultura fosse la stessa di chi su quei libri ci aveva sudato per anni, partendo non da Platone, ma dalla filastrocca dell’h mutolina. Così, ignorando l’utilità degli avverbi di negazione, con un colpo di spugna aveva trasformato il motto socratico in SO DI SAPERE  facendolo suo.

Ma Peppino andò oltre, ormai conscio degli enormi progressi fatti, si sentì il paladino di generazioni di contadini meridionali  costretti a guardare a capo chino col cappello in mano i signori, quelli che per secoli, e per nascita, avevano tenuto in pugno le masse.  Venuta meno la nobiltà di nascita, restava quella derivata dallo studio e Peppino non aveva nulla da invidiare a nessuno ormai, poteva andare a testa alta chiamando per nome e salutando cordialmente gli ingegneri, i medici e i professori che incontrava in piazza, intavolando argute conversazioni scientifiche. Come quella volta che aveva studiato l’apparato riproduttore e si avvicinò ad un medico chiedendogli, da pari, sai, io ho capito tutto, anche che le donne hanno le uova, solo una cosa non mi è chiara: ma l ov so apl?

Ecco, Peppino è il paradigma della deriva oscurantista che l’Italia sta vivendo, amplificata quando non generata dall’uso inconsapevole di internet e dei social. Perché il problema non è chiedersi se le uova siano col guscio o senza, o chiedersi se sia giusto o meno vaccinare il proprio pargolo o se davvero la terra sia sferica. Il vero problema è che persone totalmente inconsapevoli, definitivamente ignoranti, incapaci di distinguere la grammatica elementare ( della lingua italiana come di qualunque altra disciplina della conoscenza) si sentano equiparati a chi abbia dedicato la vita allo studio ottenendo riconoscimenti accademici. Il punto è che mammine pancine con la terza media presa a stento, ma informate dal cugino della sorella della nipote della vicina di casa che vive in Australia (sempre che non siano terrapiattisti e che quindi decidano che l’Australia esista ancora) sanno che ci sono “recenti ricerche” che dicono inconfutabilmente che i vaccini fanno male.

La questione vera non è se i vaccini facciano male o se la terra sia sferica, ma che questi argomenti siano diventati chiacchiere da bar,  la deriva è che orde di emeriti ignoranti abbiano la presunzione di essere informatissimi e furbissimi, che non si fanno abbindolare da nessuno, perché loro hanno accesso a youtube, e che vanno molto oltre Peppino, perché non si limitano a trattare alla pari chi ha passato la propria vita a studiare, ma, non avendo altri strumenti, procedono all’insulto, mentre chi ha studiato poco più della terza media offende l’interlocutore plurilaureato accusandolo di far parte della setta della scienza (?), insomma adattando ad uso e consumo utilitaristico la docta ignorantia, spruzzata con gocce di relativismo, che dà più sapore al tutto.

E queste persone, 30 anni dopo Peppino, non sono minimamente paragonabili a lui, un uomo con la zappa che ha cercato di studiare, a suo modo in un mondo dove per gli uomini con la zappa usare una penna era una conquista. Oggi che la penna viene messa in mano a tutti, non c’è alcuna giustificazione più, dopo tanti anni di scuola pubblica obbligatoria e gratuita, per chi non abbia voluto studiare.

Non c’è antidoto a questa deriva, se non migliorare e innalzare il livello dell’istruzione, l’unico cambiamento possibile se vogliamo evitare l’autoestinzione (di cui il mondo si gioverebbe, visto l’aumento esponenziale degli abitanti della terra).

Confido che in parlamento, negli scranni della maggioranza e dell’opposizione, ci siano persone dotate di buon senso e di buona volontà che abbiano il coraggio di invertire la rotta e vogliano investire tutte le energie perché l’Italia possa avere un futuro, anche minimamente paragonabile al suo passato.

 

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