LUCANIA
(da Prova d’addio – Paese giorno e notte, p. 22)

 

Io lo conosco

questo fruscio di canneti

sui declivi aridi

contesi alla frana

e queste rocce magre

dove i venti e le nebbie

danno convegno ai silenzi

che gravano a sera sul passo stanco dei muli.

È poca l’acqua che scorre

e le vallate son secche

spaccate, d’argilla.

Di qui le mandrie migrano

con l’autunno avanzato

per la piana delle marine

tuffando i passi nelle paludi.

Di qui è passata la malaria

per le stazioncine sul Basento

squallide, segnate d’oleandri.

Da noi la malvarosa è un fiore

che trema col basilico

sulle finestre tarlate

in un vaso stinto di terracotta

e il rosmarino cresce nei prati

sulle scarpate delle vie

accanto ai buchi delle talpe.

Da noi riposa il falco e la civetta

segna la nostra morte.

Da noi il mondo è lontano,

ma c’è un odore di terra e di gaggia

e il pane ha sapore del grano.

 

Lucania, la più nota delle poesie di Mario Trufelli, entra nella tradizione evocativa del mito  Lucania per musicalità e concentrazione di significati, alla quale, dopo l’archetipo di Centomani di Valery Larbaud, quasi nessuno dei poeti lucani si è sottratto. Tra i contemporanei cito Rocco Scotellaro, Leonardo Sinisgalli, Michele Parrella, Giovanni di Linea, Mario Marconato, Antonio Pallottino e Giulio Stolfi. le cui poesie possono leggersi su questo blog, aprendo il link http://www.prodel.it/rabatana/?p=3166238.

Pare che Trufelli avesse in un primo momento escluso la poesia dalla raccolta che stava preparando, salvo poi a postillare «vive.»

Così il poeta e scrittore francese Valery Larbaud nel 1904 raccontava delle sue frequenti soste in Basilicata, e proprio a Centomani, nei pressi di Potenza, nello stesso sito in cui oggi rivive quell’antica tradizione di accoglienza e di ospitalità. Taverna Centomani si trova oggi in una posizione strategica per chi desidera visitare la Basilicata: in piena campagna ma a pochi km dal centro della citta; a pochi minuti di auto dalle Dolomiti Lucane e dal famoso Volo dell’Angelo, da Castelmezzano e Pietrapertosa e dal Parco della Grancia; a circa 50 km di strada dai Castelli federiciani e dalla città di Matera, patrimonio dell’umanità.

 «…Cè una casa in rovina, casa di contadini

Disabitata; ma su di un muro , in francese,

Si legge, forse ironica, la scritta: Gand Hotel…

…mi hanno detto che il posto si chiama Centomani.

Ci sono venuto spesso nell’inverno del ’03.

C’è un po’ della mia vita che ho trascorso laggiù
Dimenticata, ormai, persa per sempre…

Perché non avevate cento mani per sbarrare la strada

All’uomo che ero e che non sarò più?»

 

Carlo Betocchi (1899 – † 1986, poeta e scrittore, considerato fra i poeti ermetici una sorta di guida morale) scrive a Trufelli (p. XVI):

«Firenze 22 Apr. 53

Egregio Sig. Truffelli [sic!]

Confrontando le poesie giunte all’esame della Commissione Nazionale per gli Incontri della Gioventù, ho notato (giudizio che non ha trovato il consenso degli altri giudizi), il merito di certe sue poesie (Le indico Lucania, pur con il suo stilismo carderdarelliano), che mi fanno ritenere Lei capace di un lavoro interessante. Queste parole esprimono uno stato di speranza e di fiducia, esclusivamente personale: non devono e non vogliono illuderlo. Ma confortarlo a lavorare sì e a tenermi informato quando lo crederà giusto e opportuno, del Suo lavoro. Cordiali saluti e auguri, Carlo Betocchi».

Le brevissime annotazioni riportate a p. 216 segnalano due concetti legati alle denunce di Giustino Fortunato: lo sfasciume geologico e la malaria e l’aridità del suolo (E’ poca l’acqua che scorre / e le vallate son secche / spaccate d’argilla. / […] Di qui le mandrie migrano / …/ tuffando i passi nelle paludi. /Di qui è passata la malaria )

Bellissima l’ultima strofa:

Da noi il mondo è lontano,
ma c’è un odore di terra e di gaggìa
e il pane ha il sapore del grano.

C’è stato un tempo in cui nella passeggiate sulla via Appia, le sere d’estate, si riversava tutto il paese. Fresca era l’aria e profumata, i fiori ornavano la chioma degli alberi di acacia ai margini, i ragazzi, incuranti della polvere che si era accumulata, mangiavano i fiori, che avevano un dolce sapore e lasciavano la bocca fresca e profumata, e le more raccolte alle siepi e corteggiavano discretamente le ragazze, con le quali non ci si poteva accompagnare. Non passavano automobili, solo l’autobus di Potenza, non di sera.

Il penultimo verso richiama la nostalgia per un bel giorno di Attilio Bartolucci:

Un cielo così puro
Un vento così leggero
Non so più dove sono
Dove ero
O gaggìa nuda,
Bruna violetta
Che nel calore fugace
Appassisci in fretta
Giorno che te ne vai
E non sai nulla di me e della violetta
Che tanto amo
E del ramo
Nudo della gaggìa
Giorno non andar via.
 

2 Responses to Mario TRUFELLI, Lucania

  1. Michele Spera ha detto:

    Sono Michele Spera, vorrei tanto avere un recapito dell’amico Mario Trufelli. Vorrei salutarlo e inviargli cose a lui care

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