Perché non vivrei a Hong Kong (e scusate per la lunghezza dell’articolo!)

 

Cominciamo dal principio

Il checkin si può fare solo allo sportello automatico, ma a me non lo fa fare. Il problema è il bagaglio che era stato imbarcato a Tahiti e si stava perdendo ad Auckland. Mentre risolvo con una addetta vedo passarmi davanti l’equipaggio e resto allibita: il più giovane avrà 60 anni, e io spero molto che sia il pilota!

Durante tutto il viaggio mi incuriosisce questo stuart cinese che immagino non abbia meno di 67 anni, alto, col fisico asciutto, pochi capelli brizzolati a spazzola e molte rughe che a me sembra il nonno di Mulan e che è costretto ad indossare un grembiule che fa tanto antica gelateria quando serve il cibo. E devi mangiare, perché lui ti sveglia per darti il vassoio! Ok si sa in Cina il lavoro è importante, ma esiste un luogo e un momento in cui sarebbe il caso di lasciare il posto alle nuove generazioni, invece su questo aereo improvvisamente mi sento di amare l’Italia e la Fornero!

Sto girando troppo in fretta, fino a ieri ero nell’emisfero australe, oggi mi trovo in quello boreale, devo fare due conti per capire dove sono, ma nel mio immaginario ad Hong Kong avrei trovato sole e caldo, tanto che avevo messo nel bagaglio a mano la crema solare, che la poliziotta mi ha fatto buttare.

Se devo dirla tutta io non ho capito come è il tempo a Hong Kong. Non ho capito proprio se c’è il cielo, ma immagino di sì perché ha piovuto sempre, e da qualche parte doveva arrivare quell’acqua. E dopo che la pioggia ti ha inzuppato come un babà, se devi prendere un autobus, puoi star certa che troverai l’aria condizionata a palla, così, tanto per immettere un po’ di ozono nell’atmosfera e dare una sferzata alle tue difese immunitarie.

Sono stata ad Hong Kong 5 giorni, dicono che abbia lo skyline tra i più belli del mondo, ci credo, mi fido sulla parola, perché io ho visto sempre una coltre di nebbia e smog.

Ok, venivo dalla Polinesia, dove tutto era blu o verde, il mare era mare e il cielo era cielo, e anche la pioggia era pioggia perché vedevi le nuvole che la mandavano giù. Ad Hong Kong non ho visto sole e non ho visto nuvole, solo qualcosa di grigio che ti avvolge e ti penetra nei polmoni, lo senti in gola, lo senti nella testa. E mi chiedo a cosa serva questa benedetta mascherina se poi arrivati a casa inquinate come la centrale di Chernobyl con la vostra inutile e dannosa aria condizionata!

Le strade di Hong Kong sono maleodoranti. È una delle città più importanti al mondo, muove l’economia come poche altre, e non riesce a togliere questa puzza di fogna dalle strade? Misteri dell’Asia!

Ma soprattutto, il motivo per cui non vivrei mai a Hong Kong (e lo so da me che nessuno mi ha invitato, quindi il problema non sussistite) sono le persone che ci abitano: in 5 giorni non ho visto una persona ridere o sorridere.

Qui, per la prima volta in due mesi mi sono sentita sola. Ed è strano perché ho frequentato un gruppo di donne italiane che ci vivono, un italiano che ci lavora, altri due viaggiatori italiani, uno algerino e uno russo, insomma la compagnia non mi è mancata, ma la città mi ha fatto sentire davvero sola. L’impressione che ho avuto è che queste persone vivano esclusivamente per sé stesse, nella vanagloria di non essere Cina, prendono le distanze sia dal resto del mondo che dai cinesi vicini di casa. Non ho mai trovato una sola persona minimamente calorosa e accogliente, li ho visti solo correre verso un luogo che non so, e che sicuramente non è un luogo di gioia.

Non me ne vogliano gli abitanti e mi auguro davvero che la mia impressione sia sbagliata e dovuta al fatto che ci sono stata troppo poco, ma è una sensazione  che ho provato fino all’ultimo istante quando in grossa difficoltà trasportavo la valigia, i due zaini e un pacco che dovevo spedire in Italia, il tutto su e giù per le scale mobili, e sotto gli sguardi indifferenti delle persone che non hanno mosso un dito, essendo troppo impegnate a leggere sul cellulare e seccate di dover aspettare un secondo in più per prendere la scala.

Ho fatto shopping a mezzanotte, la cassiera a cui ho pagato era così nevroticamente veloce nel suo lavoro da far sembrare un bradipo la più efficiente cassiera del più grande supermercato di Milano nell’ora di punta.

Dicono che bisogna fare il lavoro che ci piace per essere felici, io credo che qui ad Hong Kong la gente ami il lavoro, a prescindere, sanno che devono svolgerlo nella maniera più efficiente e sono gratificati nel farlo, non si chiedono se gli piaccia o meno, immagino sia una domanda stupida per loro. Lo fanno perché lo devono fare. Come il portiere dell’ostello che passa le sue 10 ore seduto a fissare i monitor della sicurezza, senza dire buongiorno a nessuno, senza chiedersi se qualcuno abbia bisogno di aiuto, lui sa che deve guardare i monitor e questo fa.

Ero arrivata qui con grandi aspettative, avevo visto e amato Tokio, una metropoli enorme dove tutto funziona e tu ti chiedi come diavolo facciano ad oliare alla perfezione questa macchina da 33 milioni di abitanti. Hong Kong è una metropoli, ma rispetto a Tokio è una cittadina, sì è efficiente, ma non c’è paragone: le strade non sono pulite, i bagni pubblici sono pochi, e tutta l’efficienza è solo freddo distacco. A Tokio puoi chiedere informazioni sapendo che chiunque ti aiuterà, a costo di accompagnarti dove devi andare se non conosce l’inglese. A Hong Kong chi non conosce l’inglese si chiude a riccio e si gira dall’altra parte, chi lo conosce è seccato se tu non capisci e se proprio deve ripetere una seconda volta lo fa sgarbatamente, anche quando dare informazioni fa parte del suo lavoro. A Tokio ci sono i seven eleven, negozi aperti sempre dove ti accolgono sorridendo e ti aiutano se non trovi qualcosa. Ai seven eleven di Hong Kong la parola d’ordine è pagare in fretta, e se tu impieghi 2 secondi per riporre il resto nel portafoglio, al terzo il cassiere ti invita a spostarti perché deve far pagare il cliente successivo. Per questo hanno inventato l’octopus, una carta magnetica con cui puoi pagare un sacco di cose, dall’autobus in poi, non per agevolare la tua vita ma per velocizzare un sistema che corre verso una meta non bene identificata, purché si corra.

A Tokio ho visto le persone lavorare come matti, ma le ho viste ridere tra di loro, le ho viste salutarsi inchinandosi cento volte prima di lasciarsi. Ad Hong Kong ho visto gente impassibile, che, sotto un cielo che non c’è, non si saluta proprio. E io venivo dalla Polinesia dove le persone ti salutano per strada anche se non ti conoscono!

Devo leggere meglio quello che ha scritto Ida, per capire cosa è cambiato in due secoli, ma ora ho anche perso l’ebook, spero di trovarlo a Singapore da qualche parte in valigia.

Singapore, se il buongiorno si vede dal mattino sarà un’ottima esperienza: in aereo le hostess giovanissime sorridono a tutti, e Edmund, uno stuart di 22 anni, mi accoglie dicendo qualcosa indicando le orecchie e mentre io già mi chiedo che cavolo ho combinato, lui mi dice I like your coloured hair.

Singapore, ripartiamo dai colori, ritorniamo nella gioia, almeno spero!

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