Vurria arreventane cavallette,

m’avria pegghiane na spica chi lette

 La sezione Canti popolari delle poesie di Rocco Scotellaro termina con cinque poesie dialettali: U vrazzale, Le cartulline, Terra, U metetore, ‘N galera chi pane e lavoro.

Con questo post propongo la lettura della poesia U metetore[i]; il prossimo post sarà dedicato alla lettura delle altre quattro poesie.

                                                                                                                                                                                                                                  

Vurria arreventane cavallette,

m’avria pegghiane na spica chi lette.

Ie mo dorme nt’a chiazza a la cuntrora

Quanne me tocche ‘a mane ru segnore:

– Sveghiete, metetore metetore,

si’ fauce a sola? Si’ fatiatore? –

Terra chi terra ie vachi metenne,

nt’a chiazza li signuri penna penna,

pure ‘a notte me scazzne passeggianne.

[1952]

                                                                                                                 

Tra le carte di Scotellaro, in alto, sul margine del foglio dove è dattiloscritto il canto del mietitore in dialetto con correzioni a penna di singole parole o interi versi e, di seguito, manoscritta la versione italiana, si legge: «Sono note le condizioni di vita dei mietitori migranti che riposano, appunto, sulle pubbliche piazze».

La versione italiana, pubblicata nell’Oscar Mondadori 2004, è la seguente:

 

Vorrei diventare cavalletta

dovrei prendermi una spiga per letto.

Io, adesso, dormo nella piazza, alla controra

quando mi tocca la mano del Signore:

– Svegliati, mietitore, mietitore;

sei falce a solo? Sei lavoratore? –

Terra per terra io vado mietendo,

in piazza i signori perdono tempo.

In piazza i signori sono oziosi

pure la notte mi schiacciano passeggiando.              

 

Di seguito alla versione italiana si leggono le seguenti note: «Falce a solo è il mietitore isolato, che non è in gruppo (paranza) solitamente composto da cinque mietitori» «Si dice andare “penna penna” di chi non ha mestieri e preoccupazioni, di chi si pavoneggia passeggiando».

Bronzini indica i riferimenti bibliografici su altri canti popolari riguardanti il tema dei mietitori[ii]. e nota che i canti lucani ed extralucani della mietitura offrono diverse varianti, tra le quali segnala due del melfese[iii], che per il loro tono contestativo si accostano a quella registrata da Scotellaro. Il testo delle due versioni è il seguente:

1. M’ha fatt veve acqua d pantano /abbuvrare pozz na caruana. /Purtm a bbeve ca teng sekk /e n’ata cosa p’accumpagnà. /Quann la panza stai vacand / ‘mpikk s sona ‘mpikk s cant, /quann la panza stai chiena / s ball s cant e s veve lu uene. / Quann la panza jè chiena bona 7 tann s cant e tann s sona.

Traduzione. Mi hai fatto bere acqua di pozzanghera, posso abbeverare una carovana. Portami da bere perché ho sete e qualcos’altro per accompagnare. Quando la pancia è vuota non si suona né si canta, quando la pancia è piena si balla si canta e si beve il vino. Quando la pancia è piena bene allora si canta e allora si suona.

2. Da la Puglia patrone mei sem vnuti /ca t vuleme fa la mititura. /Da la Puglia vneme p mangiare/e k sta faucia t vuleme aiutare. /Và patrone mei va la piglia /va piglia na fiasca e la buttiglia. /- Patrò u camp quale jè – Jè custu qua. /Camp ca si’ nnand fatt arreta /ca jè rruatu lu timp ca t’agghia mete //La Puglia jè rruata e s’hadda mete / la fossa p te jè priparata. /M’agghio mangiato n’aglio e na cipodd / forza no ‘ngi nn’è a r garamedd. /Metme cumpagn mei mtem in Puglia / la faucia senza dint eppure taglia, /metme cumpagn mei mteme in Puglia / mteme pure k cipodd e agli.

Traduzione. Dalla Puglia padrone mio siamo venuti e vogliamo mietere per te. Dalla Puglia veniamo per mangiare e con queste falci ti vogliamo aiutare. Va’ padrone, prendi un fiasco e una bottiglia. Padrone, quel è il campo? E’ questo qua. Campo che sei avanti, fatti indietro, perché è il tempo che ti mieterò. La Puglia è arrivata e si deve mietere, la fossa per te è preparata. Ho mangiato aglio e cipolla, forza non ce n’è nelle braccia. Mietiamo compagni mei, mietiamo in Puglia, la falce senza denti eppure taglia, mietiamo compagni miei mietiamo in Puglia anche con cipolle e agli.

Già nel 1947 Scotellaro aveva scritto una breve poesia intitolata Mietitori, pubblicata nella sezione Margherite e Rosolacci delle due edizioni di poesie E’ fatto giorno, che dice:

Hanno alloggiato

sulla nostra piazza un mese.

Il mietitore leccese

è partito per ultimo

con la sua bicicletta da passeggio.

 

Sono versi in cui il dramma è tutto sotteso, in sintonia poetica con quanto Scotellaro aveva appuntato al canto popolare da lui trascritto e tradotto e sopra riportato.

Il motivo dei mietitori in piazza che aspettano di essere assunti al lavoro dai padroni è il leitmotive della poesia sociale di Scotellaro. «Le voci» che giungono al carcerato «sono le maledizioni/ dei mietitori contro il sole». Sono questi due versi della seconda strofa della poesia «Rispettate, uomini il carcerato», pubblicata nel 1945 sulla rivista «Sud» edita a Napoli; e nella terza strofa si legge «I mietitori si sono dato /convegno questa sera /a batter pugni sulle panche. / Essi sanno la mano sulla spalla /del datore di lavoro».

C’è, dunque, corrispondenza ideologica tra i canti popolari e poesie proprie di Scotellaro, corrispondenza che si riscontra in altri casi e per altri temi[iv].

Lo stesso motivo assume un registro fortemente lirico in Albino Pierro[v]:

 

Hanno vinute da Lecce,

i mititore;

tènene ‘a faccia scure ma su’ belle,

e cantene com’i notte nd’ ‘a staggione

quanne su’ chiine di stelle.

 

Ié m’arricorde i fàvice lucente

ca tutt’aunite avìne lampe e sone

come cchi ti risponne:

a tti ca ci rirìse e ci iucàise

nmenz’i spiche d’u grène

 

Il tema assume un registro sbagliato nei versi di Silveria Gonzato Passarelli, che registra ricordi senza memoria a lei riferiti dai paesani. Silveria Gonzato Passarelli, poetessa veronese, è autrice di commedie e di poesie dialettali percorse da una vena ironica, che lei definisce talvolta spassosa, ma in cui è presente pure una valenza didattica, dato che le sue opere consistono nella rielaborazione di classici molto famosi. Sposata a un tricaricese, tiene, riuscendoci, a mostrarsi verso la Lucania e Tricarico più lucana dei lucani e più tricaricese dei tricaricesi. A Tricarico ha dedicato un volumetto di 50 poesie intitolato semplicemente Tricarico, in cui verso Tricarico mostra uno sguardo acuto, curioso e amorevole, venato della sua vena ironica. Sul tema dei mietitori ha scritto versi intitolati La piazza, scelta felice, perché il titolo coglie l’antica visione dei mietitori che dormivano attorno al monumento, ma la perdita della memoria  cancella, nelle ultime quattro strofe, il senso di quel sonno, precario riposo di fatiche inenarrabili e sacre, e disturbato dai perdigiorno che nella piazza facevano le ore piccole.

·         Li aiutava il buon vino /nella loro fatica dura; / tornavano tutti brilli / e ci facevano paura.

·         Il vino dell’anno prima /picchiava forte in testa …/Svaporavano i pensieri /nella voglia di far festa.

·         Le lame dei falcetti /diventavano un gioco / e il sinistro luccichio /era peggio del fuoco.

·         L’aria di primavera /portava il suo tepore, /ma la sera non si usciva /per paura del mietitore.   




[i] G.B. Bronzini, L’universo contadino e l’immaginario poetico di Rocco Scotellaro, Edizioni Dedalo, Bari, 1987, p. 276 ss.

[ii] Mario Spinello, Terre di cencree. Canti popolari di Miglionico, Studio Arti Visive per Centro Cultura per la divulgazione dell’arte, Matera, 1974, p. 127..

Franco Noviello, I canti popolari della Basilicata. Centro Studi di Storia delle tradizioni popolari, Bella 1976, pp. 60-61.

[iii] Raffaele Nigro, Tradizioni e canti popolari lucani: il melfese. Edizioni Levante, Bari 1976 (Interventi culturali Bari e ARCI-UISP Melfi), pp. 321 – 322.

[iv] V. Bronzini, op. cit. pp. 206 ss.

[v]  Albino Pierro, Eccò ‘a morte [Perché la morte]. Nuove poesie d’amore in dialetto lucano, premessa  di Francesco Gabrieli, Laterza, Bari, 1969, pp. 72-73

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