Oman, un diamante nero incastonato tra mare e deserto.

Non ho  scritto nulla dell’Oman. È arrivato il momento di spiegarne il perché.

Per la prima (ed unica) volta nel mio giro del mondo la moneta locale vale più dell’euro, parecchio di più: mi ci vogliono 2 euro e mezzo per avere un riyal! Sono troppo ricchi in Oman per prevedere ostelli, così, per la prima volta dopo due mesi e mezzo in cui ho dormito ovunque, ho prenotato un hotel, che poi è un vero e proprio appartamento, con pavimenti di marmo,  asciugamani nel bagno e colazione in camera.

 

 

 

A D O R O !

 

 

 

 

Avevo lasciato in India 45 gradi, qui ne trovo 47. Di giorno è quasi impossibile uscire e comunque nessuno gira a piedi. Nessuno, tranne me. La sera esco, vedo una moschea in lontananza, mi convinco che sia la grande moschea del sultano Qaboos e mi incammino ma dopo un’ora di giri a vuoto, unico pedone in  città in un caldo infernale, mi arrendo e chiedo informazioni ad un omanita incontrato per caso. Lui mi fa capire che sono lontana dalla moschea e ahimè anche dall’hotel ormai, e mi offre di accompagnarmi in macchina. In macchina? Mi posso fidare? Fai come vuoi. Prima di partire avevo giurato che non avrei mai fato autostop, il ricordo della povera Pippa Bacca è ancora vivo nella memoria, ma mi fido perché l’alternativa è passare la notte vagando tra le strade di Muscat, insomma diciamocelo, mi sono  persa!

Il ragazzo è con un suo amico, si capisce che entrambi sono ricchi sfondati gli chiedo cosa facciano rispondono business (boh).

Mi regalano il loro tempo e mi accompagnano alla moschea.

L’Oman è un sultanato, dal 1970 è governato dal sultano Qaboos bin Saidm, che, dopo aver deposto il padre con un colpo di stato, ha instaurato quello che viene definito un  rinascimento. Tutte le nuove opere portano il suo nome e anche la  grande e bellissima moschea. I non musulmani possono visitarla solo per un paio d’ore la mattina, ma i miei nuovi amici insistono che possono portarmici, perché loro sono musulmani e omaniti, quindi andremo a pregare di notte. Inutili le mie rimostranze (Non ho il velo? Pronta una kefiah. Ma ho le braccia scoperte. Bazzecole!). Come volevasi dimostrare, il custode non fa eccezione per il mio essere straniera, ma non transige sulle braccia scoperte e non avendo come coprirle ringrazio e mi avvio verso l’uscita. Ma il mio amico non si arrende: non posso andare nella moschea? Sarà la moschea a venire da me. E così mi prende il telefonino, entra, e fa le foto alla enorme sala della preghiera, con lo splendido lampadario illuminato.

Orgoglioso mi consegna il cellulare e, mentre mi riaccompagna a casa e ci scambiamo i numeri per restare in contatto, io penso a quanto sia fortunata, a quanto sia bello sapere che il mondo è pieno di brave persone pronte ad aiutarti, e che io in questo viaggio ne ho trovate tantissime.

L’Oman mi piace davvero molto.

Si vede che è un paese ricchissimo ma non ostenta la sua ricchezza. Non sei in un parco a tema costruito e gestito (benissimo) da signorotti arricchiti, come puoi sentirti a Dubai, qui vivi in un luogo eminentemente aristocratico, dove vive la gente del posto, e non solo i business-men catapultati da ogni angolo del globo; ho visto molte più Ferrari a Muscat che a Dubai, parcheggiate così, ai margini di stradine insignificanti.  Ho fittato una macchina. Non immaginerete mai il terrore di guidare un’auto col cambio automatico su queste strade enormi circondata da macchine milionarie (chi paga se ne urto una?).

Gli omaniti sono belli.

Sono gli uomini più belli che abbia  incontrato nel mio giro del mondo. E sono dolci. Li vedo la sera con la famiglia andare al ristorante tenendo in braccio i figli piccoli. Le mogli hanno il velo, ma hanno il volto scoperto, e trovo ci sia parità nel fatto che anche i maschi indossino il costume tradizionale, lungo fino ai piedi e abbiano il capo coperto.

Ma, allora, cosa non ha funzionato?

Nei miei giri in macchina ho visitato tutto quello che ho potuto, con tale entusiasmo che mi sentivo un’adolescente in un negozio di videogame. Così mettevo i selfie sulla pagina fb comunicando i miei spostamenti fino a questo, davanti al palazzo reale con la didascalia: Il sultano vi saluta ma è timido: no foto inside.

Una foto non bella e una didascalia non intelligente, ma non immaginavo che da quel momento la mia pagina  sarebbe stata bloccata. All’inizio credevo dipendesse dal wifi, ma potevo navigare ovunque, allora credevo fosse un guasto di facebook, ma la mia pagina personale era aperta mentre quella di Ida inesistente. Nel cuore della notte mi alzo con un’illuminazione, faccio un paio di ricerche e scopro sul report di amnesty international che in Oman ci sono stati casi di blogger  e giornalisti arrestati per aver scritto su facebook cose non gradite.

PANICO

Ma che blogger, mi leggono meno di 500 persone al giorno! E poi davvero non ho scritto nulla, davvero mi trovavo bene qui.

Ho tempestato di telefonate gli amici per capire cosa fare, già mi vedevo in una remota prigione. Il mio mentore, santo Carmelo, mi tranquillizza e mi dice che appena fuori dall’Oman la pagina tornerà visibile e di non preoccuparmi di nulla, ma, nel futuro, di evitare di scrivere stupidaggini.

Io decido e me ne vado.

Lascio l’Oman dopo soli tre giorni, con un grande dispiacere: vedo fuori dalle moschee la gente che prepara le bancarelle per offrire da mangiare a tutti dopo il tramonto. Avrei tanto voluto vivere quell’atmosfera (che non troverò più anche se sarò in paesi musulmani fino alla fine del ramadan).

Ecco perché non ho mai scritto, perché l’Oman mi è piaciuto tantissimo, ma ho anche avuto paura e  vorrei tornarci, per conoscerlo meglio, e magari rincontrare i miei amici, con cui ancora oggi scambiamo qualche messaggio whatsapp. E magari durante il Ramadan per poter mangiare la sera con loro davanti alla moschea.

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