Kandy, dolce Kandy.

Alla fine arriva Kandy e mi riconcilia con lo Sri Lanka.

Kandy è diverso da tutto quello che ho visto sinora: le strade sono pulite e profumano di fiori,  anche le persone mi sembrano diverse e persino gli uomini non sono invadenti.

Il ragazzo che col tuc tuc mi accompagna dalla stazione all’hotel mi istruisce subito su tutto quello che c’è da vedere e si offre di farmi da guida, ci penserò domani, per ora grazie delle informazioni, esco da sola, in una città dove, per la prima volta dopo 8 giorni mi sento una donna libera di passeggiare da sola anche al buio.

Per prima cosa voglio vedere il tempio del dente di Buddha dove ad orari stabiliti viene permesso ai fedeli (e ai turisti) di vedere il reliquario (non il dente, che è chiuso in una cupola d’oro inespugnabile).

 

 

Entro.

Scettica, come sempre: che m’importa a me di Buddha e di tutte ‘ste castronerie sulla spiritualità?

Ma non è così.

L’atmosfera che si respira è magica, anche se non vedo niente di straordinario. Solo gente che prega. Vedo una piccola monaca assorta nella sua meditazione e immagino sia una persona importante, perché è attorniata da fedeli oranti e le viene riservato uno spazio per pregare e meditare indisturbata.

Vedo scolaresche, famiglie, donne e uomini in fila aspettando di poter vedere la reliquia, mentre altri siedono in silenzio adorante.

E’ il giorno precedente il Vesak, la festa per la nascita di Buddha,

e non so se sia questo il motivo,

ma il tempio è  affollatissimo di donne e uomini vestiti di bianco che portano  fiori, così tanti da essere sostituiti ogni 30 minuti.

Le preghiere silenziose sono scandite dal sottofondo di una musica misteriosa che proviene dalle stanze di sotto

e io fatico a credere che quegli uomini possano essere gli stessi che per giorni mi sono stati appiccicati molestandomi a 40 gradi.

 

Ho fatto la fila anche io, sentendomi abbastanza fuori posto, una turista che non capisce nulla di buddismo che aspetta di vedere il dente di Buddha, levando al cielo le mani congiunte alla macchina fotografica.

Eppure c’è qualcosa di inspiegabile, e di surreale. Forse la musica continua e ipnotizzante, la stanchezza e la voglia di ristoro, tutte quelle persone vestite di bianco, la lontananza da casa e la ricerca di una casa.

La mia visita ad un  tempio nemmeno troppo interessante dal punto di vista architettonico, iniziata con tutto lo scetticismo del caso si trasforma in un non voler più uscire da un luogo estraneo diventato improvvisamente casa, dove pregare con gente sconosciuta di una religione sconosciuta. Ero entrata per curiosità, il tempo di vedere  questa reliquia, ci sono rimasta ore, seduta, attonita.

Forse i miracoli esistono. Forse il divino esiste. E ti viene a cercare nei luoghi e nei tempi che lui decide.

Forse

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